Categoria: Blog

Oro, incenso e mirra

Un cammino di vita.

Oro (regalità)
Incenso (santità)
Mirra (umanità)

Il cammino dei Magi rappresenta la nostra vita. Un cammino che, come la vita, è insidioso, impegnativo, difficile.
Quella dei magi è una scelta. Ogni cammino è una scelta di vita. Si può guardare a terra, rimanere fermi e accontentarsi, oppure guardare in alto, seguire la stella e accettare la sfida.

Ci sono tanti Erode che provano a ingannarci, tanti problemi da affrontare per trovare la strada giusta. Mt 2, 1-12

Ma quello che ci salva è il desiderio dell’amore.

Chi ama il viaggio trova la stella che lo guida, trova il sogno che ti dà la forza di proseguire, che ti aiuta contro il male, e trova, infine, quel bimbo, che ti fa aprire l’anima, che ti fa donare tutto quello che hai, il tuo oro (la tua regalità, quello che hai costruito nella vita), il tuo incenso (la santità, i tuoi sogni, le tue aspirazioni, il tuo desiderio di pace), la tua mirra (la tua umanità, la tua fragilità, quello che ti ha fatto soffrire nella vita, che ti fa aprire il tuo cuore, che ti porta alla felicità).

I magi hanno scelto. E noi?

Natale per fermare il lockdown… (del cuore)

Non solo oggi: infatti “venne ad abitare in mezzo a noi”.
Non è venuto a farci una visita di cortesia per le feste e a dirci buon Natale, per poi andarsene.
È venuto per restare, per abitare tra noi, perché Natale è tutti i giorni, è per sempre.

Il verbo si è fatto carne, significa che si è fatto abbraccio quando è cresciuto con Maria e Giuseppe, si è fatto lacrime quando ha pianto per la morte dell’amico Lazzaro, si è fatto cibo quando ha mangiato a tavola in compagnia con i suoi amici discepoli, si è fatto sangue quanto è stato frustato e poi crocifisso.
E’ venuto a condividere la vita fatta di gioie e dolore  come ognuno di noi.

Per questo dobbiamo aprire la porta a Gesù che viene a vivere con noi, come noi. E questo significa che dobbiamo aprire la porta del cuore  alle persone che incontriamo nella vita.

Non cediamo al lockdown del cuore, non chiudiamoci in noi, aiutiamoci, teniamoci per mano, ascoltiamoci, insieme, ricchi e poveri, forti e deboli, grandi e piccoli, belli e brutti, bianchi e neri, buoni e cattivi perché siamo tutti uguali davanti a Gesù bambino in cui c’è, allo stesso tempo, tutta la divinità e tutta l’umanità.

Non oggi, non solo oggi, non buon Natale: buona vita.

Mio figlio è un bravo ragazzo

“Solo una goliardata”.

Lo ha detto il molestatore di Empoli che ha dato una pacca sul sedere della giornalista Greta Beccaglia dopo la partita con la Fiorentina. “A casa mi hanno detto: ‘Come ti è venuto in mente?’, racconta il giovane, “me l’ha detto anche la mia compagna. Sanno che non sono una persona cattiva”.

“Mio figlio ha fatto una cavolata, ma è un bravo ragazzo, siamo una famiglia per bene”.
Questo  lo ha detto invece il padre del giovane che l’altra sera ha accoltellato un carabiniere a Torino dopo una rapina.

E sul caso dei  ragazzi di Luco dei Marsi (L’Aquila) che su Instagram si riprendono in posizioni ambigue mentre maltrattano e una bambola gonfiabile proprio nel giorno dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne, cosa è successo?

La stessa cosa. “Solo ironia”, si sono difesi, uno scherzo. L’unica differenza è che in questo caso nessuno ha chiesto scusa. Anzi, hanno cercato di denigrare anche la giornalista che ha scritto l’articolo e l’intera testata.

E sulla pistola postata con sotto il nome del giornalista, direttore della testata, cosa è successo?

La stessa cosa.  Solo “una pistola giocattolo”, hanno ribadito i ragazzi nel profilo dietro al quale si nascondono. Uno scherzo insomma.

Tutto questo non è normale. Di questo passo le cose non cambieranno mai.
Quello che è successo a Luco è stato denunciato da un giornale, e neanche questo è normale.
Non sarebbero dovuti essere i giornalisti a presentare una denuncia alle autorità, come è stato, su un post visto da centinaia di persone. L’indignazione sui social non basta più. Serve che parlino le associazioni, gli ordini professionali, le forze dell’ordine.
Non dovremmo arrivare all’indignazione per certe cose, ma dovremmo evitarle, dovremmo cambiarle, cambiarle prima.

Negare l’evidenza è il modo migliore per non cambiare mai. Non cambiare significa che le cose andranno sempre così, o anche peggio.

Affinché ci sia un cambiamento, un cambiamento interiore, serve un costruttivo dialogo intergenerazionale e non il chiassoso consenso dei genitori.
Bisogna fare questo affinché tutto l’entusiasmo giovanile, la creatività, la ribellione siano investiti per il bene e non per il male.

Alzare muri tra generazioni è sbagliato, bisogna abbatterli e capire cosa spinge ad atteggiamenti sconvenienti che agli occhi di chi li compie, e spesso anche dei loro genitori, sembrano positivi.
Bisogna accogliere il segno dei tempi che cambiano, ma non condividerli a priori dimenticando gli antichi valori, che  restano sempre valori e che non soccombono al tempo.
Il dialogo, non l’accondiscendenza sterile, è la strada giusta, anche se è una strada tortuosa.

Schiaffi alla bambola gonfiabile nel giorno anti violenza sulle donne, minacce con armi ai giornalisti (Video)

Ecco come ti cancello il Natale

E fu così che nell’era del politicamente corretto e dell’inclusione ipertrofica ecco che qualcuno provò a cancellare il Natale.

Non è la trama di un film in stile Chris Joseph Columbus, ma è quanto realmente accaduto a Bruxelles dove tra una legge anticovid e l’altra c’è anche chi dedica il proprio tempo a rinnovare il vocabolario delle lingue europee e a censurare parole che vanno contro il concetto di uguaglianza. Una sorta di elenco delle parole da bandire previste nelle linee guida della comunicazione inclusiva.

Tra queste parole il commissario, anzi, la commissaria Helena Dalli, ha inserito (per poi ripensarci forse per una folgorazione sulla via di Damasco) anche il Natale.
E tante altre parole.

E così spariscono le parole “omosessuale” rimpiazzata da “persona gay”, addio anche a “Signore e signori”, meglio cari colleghi.
E via via, per arrivare fino alla parola Natale, da cancellare perché potrebbe offendere la sensibilità di qualcuno, non si sa di chi.
Andrebbe sostituita dal vocabolo “vacanze”. E in tal modo Gesù bambino sarebbe nato il “giorno di vacanza”, noi potremmo augurare alla signora Helena “serene feste di vacanza” e di trovare “tanti regali sotto l’albero delle vacanze”.
E quindi addio presepi, addio regali di Natale (pardon, regali di vacanze), addio a panettoni e torroni, e addio anche a Giuseppe e Maria, perché nel prontuario dei termini da censurare sono finiti anche la mamma e il padre putativo di Gesù, perché si sconsiglia di pronunciare i nomi tipici di alcune tradizioni occidentali con un più generico nome arabo. Tanto che Gesù non sarebbe più il figlio di Giuseppe e Maria, ma di Malika e Julio, pur restando figlio di Dio, sempre che non si voglia cancellare anche il nome di Dio.

Signora Helena Dalli, buon Natale.

Dalle piccole cose

Successo, potere, ambizione, posizione sociale. Il consumismo sfrenato, tipico delle società moderne massificate sui beni materiali ed effimeri sembra travolgerci.
Eppure c’è la voglia di cambiare perché tutti ormai hanno capito che chi cerca così di essere felice trova solo qualche momento di piacere, ma di felicità neanche l’ombra.

Basterebbe alzare per un attimo gli occhi dal display sintetico del cellulare e guardare le stelle del cielo.
Sono piccole le grandi cose.

Dio può fare grandi cose anche attraverso piccole azioni.
La semplicità è stata, da sempre, la via privilegiata di Dio.
Non dobbiamo farci prendere dall’ansia del fare grandi cose, dal voler tutto e subito.
Dobbiamo invece essere fiduciosi in Dio e avere la pazienza dell’attesa.
Il seme che cade nel terreno in autunno non cresce subito, cresce in silenzio. Ci vuole tempo.

E’ come la fede: nasce dalle piccole cose, senza fare rumore, pregando in silenzio, vivendo con amore nel terreno della vita, in famiglia, al lavoro, con gli amici, nella comunità di appartenenza.
Seminiamo nel cuore delle persone.

«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Mc 4,26-34

A mio gusto e piacere

Ci piace aggiustarci le cose a nostro piacimento. E’ così. In tutte le fasi della storia l’uomo ha  provato a rimodellare il Vangelo secondo i propri desideri. E non parliamo delle sette, che solo il lato estremo di questa tendenza. Ma anche le persone che vivono all’interno della Chiesa tendono spesso a eliminare tutto ciò che dà fastidio.

E’ umano, e sbagliare è umano.

Accadde quando  Paolo tenne un discorso al governatore romano Felice (At 24,24-25). Prima il governatore mandò a chiamare  Paolo per ascoltare la Parola sulla fede in Gesù Cristo. Poi però quando cominciò a parlare di altruismo, di amore, di sacrificio, di giustizia,  di giudizio finale, il governatore Felice  si spaventò e  lo mandò via,  promettendo che lo avrebbe richiamato presto. Ma non lo chiamò mai più.

Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

E il resto del mondo? Chissenefrega

Tutti abbiamo bisogno di qualcuno su cui contare. Lo abbiamo imparato quando il covid ha assalito in questo ultimo anno proprio i più forti, gli Usa, l’Europa, l’Inghilterra. Senza guardare in faccia il conto in banca nelle casse degli stati. Eppure…

Tutto questo, a quanto pare, non ci ha insegnato nulla.

Dal Sudest asiatico, Thailandia, Malesia, Indonesia, Cambogia, al Sudamerica, dalle Filippine al Brasile, fino al Nepal. Sono senza vaccini. Ma in fondo, gli altri stati hanno risposto: chissenefrega.

Non abbiamo imparato, da questo dramma mondiale, a superare gli steccati dell’egoismo, dell’opportunità, dell’egemonia, dell’individualismo. Anzi, proprio ora stiamo dimostrando il peggio di noi.

Infatti l’attuale scenario epidemiologico vede una situazione drammatica a livello globale. Nei Paesi più poveri i vaccinati sono meno dell’1 per cento. Su scala globale i nuovi casi giornalieri sono almeno 500mila ogni giorno, ma concentrati dove i vaccini non arrivano. Ovviamente. In aree del mondo come Sudamerica e Asia la pandemia continua a causare gravi danni, con migliaia di nuovi casi e morti ogni giorno.

Mentre l’Europa e gli Stati Uniti d’America pensano a come tornare in spiaggia, in Vietnam la pandemia è il solito killer fuori controllo. E’ vaccinato meno dell’1 per cento. La situazione continua a essere molto difficile anche in India. E’ stato vaccinato solo il 4 per cento su 1,4 miliardi di persone. E così via.

Ma questo disinteresse dei più forti nei confronti dei deboli è un grave errore.
Se non lo capiamo con il cuore, forse lo capiremo con la testa. Forse ce ne ricorderemo quando il coronavirus, che a causa di questo contesto globale continuerà a circolare tra la popolazione povera e a mutare, si affermerà con varianti che potrebbero non riuscire a contenere neanche quei Paese che hanno i vaccini …e il conto in banca.

Pasqua?

La verità è che noi cerchiamo la vita dove c’è la morte.

La morte è: quando i problemi della vita, le preoccupazioni di ogni giorno, i fallimenti, le insoddisfazioni, le delusioni ci portano alla tristezza, alla rassegnazione.
La morte è: quando ci adagiamo alla vita che non va, quando ci chiudiamo in noi aspettando che arrivi la fine, quando ci fermiamo in mezzo al deserto del nostro cuore arido.

Qui non troveremo la vita.

La resurrezione è: cominciare noi una nuova vita, cambiare il nostro modo di vivere. E questo è un modo di risorgere, di resuscitare.
La resurrezione è: quando l’amore di Dio trasforma la nostra vita, quando ci spinge ad andare avanti, quando fa fiorire in mezzo al deserto che si nasconde nel nostro cuore arido.

Perché cercate tra i morti, Colui che è vivo? (Lc 24, 5)

Cuori duri… di Pietro Guida. Viaggio dentro i rifugi dei profughi stranieri

Cuori duri..

Servizio di  Pietro Guida,

viaggio dentro i rifugi malsani dei profughi stranieri ammassati in luoghi di fortuna.

L’ultima intervista a Mario Spallone, il medico del Pci, di Pietro Guida

di Pietro Guida

E’ morto Mario Spallone, un pezzo di storia del Paese che se ne va portando con sé segreti e certezze. Tra cinque mesi avrebbe compiuto 96 anni. Era stato ricoverato da qualche giorno nella clinica romana Annunziatella, di proprietà del fratello Dario. A stroncarlo nel corso della notte sono state delle crisi respiratorie. I funerali potrebbero tenersi a Lecce nei Masi, il suo paese natale, dove sarà allestita la camera ardente.

Ci sarebbe tanto, forse troppo da scrivere di Mario Spallone, ex sindaco di Avezzano, medico di Togliatti, presunto agente di collegamento tra il Pci e il servizio segreto del Sifar, candidato sindaco più anziano d’Italia nel 2007 e nel 2012, uomo implicato nella vicenda della clinica degli aborti illegali di Villa Gina ma mai nemmeno indagato. Luci e ombre che non offuscano le qualità intellettuali, umane, valoriali e politiche di un uomo di altri tempi. Il giornalista e amico di Spallone, Stefano Pallotta, lo ricorda come “un uomo di altri tempi, una persona unica. Mario Spallone”, aggiunge, “porta con sé tantissimi segreti”.

Abbiamo deciso di lasciare allo stesso Mario Spallone l’ultimo saluto con un’intervista in gran parte inedita rilasciata lo scorso anno e in cui vengono affrontati tutti gli aspetti della sua vita, da quella privata a quella di politico, di medico e di uomo, in cui parla per la prima di argomenti importanti e a cui aveva sempre deciso di non rispondere: ai segreti della politica alle confessioni di credente, dalle vicissitudini familiari a quelle personali. Lui mi disse, prima dell’intervista, avvolto dal fumo della sigaretta, “facciamoci una chiacchierata e non mi dare del lei per favore”. Poi si sedette davanti alla fotocamera, si sistemò la cravatta ed esclamò facendomi l’occhietto: vuajò, io ti dico tutto, ma tu non lo dire a nessuno”.